lunedì 16 marzo 2009

Pino Masciari - Un uomo, il suo coraggio, la nostra speranza

Giuseppe Masciari è un imprenditore edile calabrese. È sottoposto ad un programma speciale di protezione testimoni dal 18 ottobre 1997, insieme a sua moglie Marisa e i loro due bambini, Ottavia e Francesco.
Pino ha denunciato la ‘Ndrangheta.
Ha fatto i nomi. Nomi di mafiosi e politici collusi. Ha infranto sogni criminali, sottratto certezze alla malavita organizzata.
Oggi Pino Masciari è un eroe.
E negli ultimi giorni ho avuto l'onore di vivergli accanto.

La prima impressione che genera è quella di un uomo in grado di gestire sapientemente le situazioni più complicate, come fossero puerili incombenze, ordinaria amministrazione, insomma.
Le sue movenze, mai rigide, sembrano scorrere come acqua. Fluide, controllate, misurate. Mai un gesto scomposto. Persino il volto non reca presunzione, o sguardi prevaricatori. L’intensità delle sue espressioni, condite da occhi penetranti e un luminoso sorriso, non è mai invasiva, ed anzi rassicurante, tale da farti sentire in pace con te stesso, libero e spensierato, felice di avere finalmente davanti una persona alla quale potresti mettere in mano la tua vita senza pensarci un istante. Un padre, un fratello, l’amico più caro. E non appena apre bocca, il fiume in piena delle sue parole e delle emozioni che da esse scaturiscono travolge chiunque capiti a tiro.

Nei due giorni di permanenza a Brescia, Giuseppe Masciari (“Pino”, per i suoi Amici) mi ha fatto letteralmente innamorare dell’eroe che porta in grembo, e che non smette mai di mostrarsi, con pacatezza, riserbo ed anche vigore, in ogni posa assunta, parola pronunciata, od espressione dipinta sul viso. Una sicurezza per l’interlocutore di turno, la parola fine scritta a caratteri cubitali a margine dei dubbi più oppressivi, ove il dilemma più intenso, quello del “tutto è perduto?” si risolve nella più naturale delle soluzioni: la responsabilità verso sé stessi e verso chi ci sta a cuore, ovvero tutti, senza distinzioni, riserve o reticenze.

Masciari è un cognome che si ritrova sempre più spesso, in Italia. Oramai non si contano più le persone che hanno deciso di affiancare ai loro cognomi quello di Pino. Una scelta che amplifica ancora di più il legame affettivo che si sta creando fra l’uomo e le persone che ha modo di conoscere negli incontri pubblici che lo vedono protagonista, promossi in tutto il Paese da organizzazioni spontanee di volontari, studenti, cittadini. Un modo come un altro per averlo accanto, impedirgli di volare via, lontano, scacciando il più raccapricciante dei pensieri. Pino appartiene a noi, è la nostra consapevolezza, e quando lo avviciniamo, una parte di lui rimane in noi, inamovibile, e ci infonde speranza, desiderio di poterci nuovamente ricongiungere al più presto.

Il legittimo proprietario di un cognome tanto imponente è un imprenditore calabrese, originario di Catanzaro, città che lo vede nascere nel 1959. A quel tempo la sua famiglia è benestante, il padre conduce un’attività ben avviata in campo edile. Una villa al mare, una in montagna, macchine fiammanti, operai alle sue dipendenze. La famiglia Masciari si è ritagliata una dimensione di tutto rispetto all’interno del tessuto sociale. Alcuni suoi esponenti sono entrati a far parte di uffici amministrativi e giudiziari, svolgendo con competenza e passione i propri ruoli. Nessun pregiudicato, nessun corruttore, non una pendenza con la giustizia.
Giovanissimo, Pino raccoglie l’impresa del padre, facendola volare ancora più in alto, portandola anche fuori dai confini dell’Italia, fino in Germania. Dresda, Berlino. Apre cantieri, promuove la formazione dei suoi dipendenti, propone investimenti accorti e previdenti. Ha fiuto per gli affari. Pino è poco più che trentenne, e la sua lungimiranza aiuta a far muovere l’economia locale, la rende stabile, genera benessere. La Masciari Costruzioni è un’azienda in ascesa, che opera sia in ambito pubblico che privato, ed è destinata a crescere, entro i contorni di un florido impero.
La ‘ndrangheta, potente mafia calabrese, osserva.

Le prime richieste di pagamento arrivano presto, e senza mezzi termini. Gli vengono rivolte esplicitamente. “Se vuoi lavorare, devi darci il 3%”.
Il 3% ai mafiosi e il 6% ai politici.
Pino dice no. Ma la ‘ndrangheta non si dà pensiero. Le reticenze non sono nuove da quelle parti, l’importante è che si ripristino i ruoli. Tuttavia Pino ha una famiglia che con la malavita organizzata non ha niente a che spartire. Ha una morale solida, inattaccabile. Gli suggeriscono di lasciar perdere, ma lui non molla. E le conseguenze sono devastanti. Cantieri in fiamme, mezzi e attrezzature scomparsi misteriosamente, operai intimoriti, minacce di morte. Il fratello è colpito da un proiettile, con fortuna si salverà. La mafia interviene con forza e decisione, non sembra più così certa che prima o poi l’imprenditore cederà alla sue richieste. Pino tiene duro, non cade. Intanto la sua azienda fallisce, oberata dai debiti. La criminalità è un virus insediatosi anche all’interno delle banche, che non gli concedono credito. Comunica alla sua fidanzata, Marisa, di mestiere odontoiatra, che non ce la fa più. Decide di smettere. Licenzia gli ultimi dipendenti e sposa la sua donna, che gli è accanto da quindici anni.

Nel frattempo, Pino ha già fatto i nomi. Partono le prime denunce. Imprenditori, politici, magistrati. Tutti collusi con la mafia. Nomi importanti, rinomati, finiscono nel registro degli indagati. Molti saranno condannati, per estorsione, concussione, collusione con la malavita, reati di stampo mafioso.
La vita di Pino e Marisa non è più la stessa, sono stranieri in casa propria. Il pericolo è grave. Dal giorno alla notte, sono costretti a scappare.
A mezzanotte ed un minuto di sabato 18 ottobre 1997 Pino e Marisa fuggono dalla propria terra.
Non lavoreranno più. Non vedranno più i loro cari. I loro bambini vedranno la madre di Pino, la loro nonna, per sole tre volte, prima di perderla definitivamente nel gennaio di quest’anno. Non avranno amici, mai più allegre serate in compagnia. Non sarà più vita. È il deserto.
La tenacia di Pino è tale da imporgli di non mancare mai ai suoi appuntamenti con la giustizia, per rendere le proprie testimonianze. Ma i procedimenti giudiziari si riveleranno un inferno. Di ritorno nella sua Calabria, Pino sarà spesso lasciato solo, in stanze d’albergo registrate a nome Masciari, in macchine recanti targhe della sua regione domiciliare, a volte senza scorta. Nelle aule giudiziarie si ritroverà vicino ai suoi stessi aguzzini.
Accanto a lui, sua moglie Marisa non gli farà mai venir meno il suo sostegno, il suo amore. Nei momenti di incertezza, la sua presenza si rivelerà determinante. Il suo “andiamo avanti!” sarà per Pino una marcia in più, come anche i suoi figli.

A Brescia Pino Masciari è stato ospite per due giorni. Il tempo utile a realizzare un incontro con gli studenti ed un altro aperto alla cittadinanza. Entrambi eventi indimenticabili. Il primo, in particolare, per la forza e l’espressività con cui Pino ha coinvolto i giovanissimi, vero perno sul quale fare leva per infondere consapevolezza.

I ragazzi del Meetup di Brescia che in questo periodo hanno vissuto accanto a Pino, hanno oggi l’anima colma di speranza, hanno fatto il pieno di emozioni per una vita intera. Hanno compreso che i loro sforzi non sono vani, che il “tutto è perduto” appartiene a chi cerca una scusa per pensare a sé stesso, venendo meno alla sua reale responsabilità. Hanno capito che ogni pensiero, parola e azione porterà sempre un risultato, anche se piccolo. Sono rinati a nuova luce, con nuovi orizzonti davanti, e una rinnovata percezione della propria esistenza.
Hanno voluto far propria un’esperienza che probabilmente non dimenticheranno mai, fino a quando avranno vita. Più il tempo passava e più accresceva in loro il timore di lasciarlo andare.
Al momento dei saluti, dell’arrivederci, Pino, la sensazione di sgomento non è stata paura, bensì incredulità. È stato scoprire, alla fine, che il senso di protezione da lui proveniente era maggiore di quello che tutti insieme si riusciva ad infondergli.
Una sorta di scherzo del destino, di contrappasso, di scambio di ruoli. O, più concretamente, la meravigliosa grandezza di questo personaggio. Quella grandezza che ci porta oggi ad amare lui, sua moglie e i suoi figli dal profondo dei nostri cuori.

Oggi, e per noi tutti, Pino e la sua famiglia sono eroi. Sono esperienze, scelte di vita da cui trarre insegnamento. Sono valori, i più alti valori che un essere umano potrà mai esprimere. Sono sentimenti, di amore, passione, giustizia, legalità, solidarietà, sincerità. Sono vite che vale la pena vivere in ogni istante, assaporandone il vigore e l’intensità. Sono coraggio, integrità, fermezza. Sono le nuove generazioni, che meritano il nostro incondizionato sacrificio. Pino, Marisa, Ottavia e Francesco sono questo, ed oltre. Sono tutti noi, o come vorremmo e dovremmo essere. Sono speranze, lacrime di felicità e gioia. Sono il nostro futuro, da preservare ad ogni costo, forse anche delle nostre stesse vite.

Ps
Un abbraccio immenso, infinito, va agli Amici di Pino Masciari. Soltanto adesso comprendo il valore e l’importanza della vostra esistenza. E sono oggi fiero di potermi sedere al vostro fianco in questo viaggio straordinario.

Chi è Pino Masciari

Adrian was there

domenica 1 marzo 2009

Gioacchino


Ho da offrire solo questo titolo scarno. Un nome.
Perdonatemi. Non mi va di commentare.
L'intervista di Gioacchino Genchi che Beppe ha pubblicato di recente fa gelare il sangue nelle vene, e temere per la sua vita. Mai mi era capitato di provare tanta rabbia, e paura.
A voi che avete avuto il coraggio di rinunciare ad ideologie sepolte, guardatela e diffondetela in ogni dove.

Adrian was there

Premi dall'estero e premi di casa nostra

L’associazione dei giornalisti tedeschi (DJV) conferisce il premio per la libertà di stampa a Marco Travaglio

I sette membri del consiglio direttivo federale della DJV, l’associazione dei giornalisti tedeschi, quest’anno hanno assegnato il premio per la libertà di stampa al giornalista e autore italiano Marco Travaglio.

Michael Konken, presidente federale della DJV, ha motivato la decisione dichiarando: “Assegnamo il premio a Marco Travaglio, un collega che si è contraddistinto per il coraggio critico e l’impegno dimostrato nel combattere per la libertà di stampa in Italia.”
Travaglio ha saputo denunciare pubblicamente i tentativi dei politici italiani, in particolare di Silvio Berlusconi, di influenzare il lavoro dei media e di ostacolare lo sviluppo di un giornalismo critico. Le critiche di Travaglio si sono orientate anche ai colleghi italiani con lo scopo di incoraggiarli a non sottomettersi alla censura. “Il premio della DJV per la libertà di stampa è il riconoscimento più adatto a Marco Travaglio,” ha dichiarato Konken. “Travaglio deve dare coraggio ai giornalisti italiani affinché possano svolgere la loro funzione di vigilanza e non cadano vittima di intimidazioni”.
Il premio della DJV per la libertà di stampa consiste in 7.500 Euro e sarà conferito a Marco Travaglio a Berlino alle 18:30 del 28 aprile 2009 presso il Palazzo della Bundespressekonferenz (ufficio stampa federale). I rappresentanti dei media sono invitati a partecipare alla cerimonia.
Con questo premio la DJV onora personalità o istituzioni che si impegnano in prima persona in battaglie per il mantenimento e la creazione della libertà di stampa. I precedenti vincitori sono stati il giornalista serbo Miroslav Filipovic, la giornalista russa Olga Kitowa e la redazione del giornale “Berliner Zeitung”. Filipovic ha ricevuto il premio per aver scoperto i crimini di guerra serbi in Kosovo, Kitowa è stata premiata per la sua difficile battaglia contro la corruzione in Russia e la redazione del “Berliner Zeitung” per l’impegno dimostrato nel difendere la libertà di stampa in Germania e l’indipendenza editoriale da Mecom Group, la casa editrice che l’ha rilevata.
24 febbraio 2009
Fonte: http://italiadallestero.info/archives/3612



Avevano criticato l'azienda dopo le dimissioni di Enrico Mentana
Caso Matrix: «inconcepibile» il richiamo di Mediaset a due giornalisti di Mentana
Il sindacato dei giornalisti richiama il diritto di espressione, le leggi e la disciplina del lavoro

ROMA - «Sconcertante», «inconcepibile», «grave caduta delle buone pratiche». La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi, il sindacato dei giornalisti) si schiera con i colleghi Silvia Brasca e Roberto Pavone per la lettera di richiamo inviata da Mediaset ai due giornalisti di Matrix che avevano criticato la società sul caso Mentana. L'Fnsi chiede il ritiro della contestazione disciplinare. «La Fnsi è vicina ai colleghi, ne rivendica il diritto di espressione salvaguardato dalla Costituzione, dalle leggi e dalla disciplina del lavoro. Il dissenso sulle scelte opinabili non può essere compresso, né oggetto di censura o ritorsioni. A Mediaset la Fnsi chiede il ritiro della lettera di contestazione disciplinare e di voler evitare uno spiacevole, ingiustificato scontro».
DIFESA - Giovedì sera, intervenendo alla trasmissione Annozero su Rai 2, Enrico Mentana aveva difeso i suoi ex colleghi.
27 febbraio 2009
Fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_27/matrix_fnsi_mentana_84eec2ea-04f5-11de-bb75-00144f02aabc.shtml



Marco Travaglio vince un premio per la libertà di stampa. Ovviamente all'estero, poichè in Italia ci si guarda bene dal premiare chi fa informazione. E, sempre per ovvietà, la notizia è battuta esclusivamente all'estero. Il rischio, infatti, è che i cittadini italiani scoprano una realtà sommersa, che non deve esistere, e arrivino a chiedersi perché un giornalista come Marco Travaglio venga costantemente ricoperto di sterco dalla politica e dai media nazionali, mentre i colleghi tedeschi della DJV (l'associazione dei giornalisti teutonica) gli riconoscono addirittura un premio. E per ragioni impronunciabili, nel nostro Paese. Eresìe che il candore e la verginità dei lettori nostrani non meritano. Quale idiozia, chiedere loro di far fronte all'angusto peso del porsi domande, interrogarsi, riflettere, pensare, constastare un'eventuale errata percezione. Meglio empire le pagine dei giornali con altro, ampliare gli orizzonti, rivolgerci agli "scandali" di casa nostra, spiegare perchè in inverno nevica e d'estate fa caldo, produrre pallide elucubrazioni per giustificare l'assenza di un terzo della popolazione sarda alle urne, concentrarsi a sprazzi su "emergenze" che perdurano da anni, rispolverare antichi eroi della democrazia, da Bettino Craxi a Marcello Dell'Utri, a Vittorio Mangano, a Licio Gelli e chissà quali altre prelibatezze.
Eppure non tutto sembra essere perduto. La libertà d'espressione pare sia un concetto ancora in voga, in Italia. A farsene portatrice è nientepopodimenoche la FNSI, La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato dei giornalisti. A seguito della cacciata di Enrico Mentana - fresco scopritore dell'impraticabilità del terreno-Mediaset per chi vuol fare informazione -, l'azienda del Premier Silvio Berlusconi ha pensato bene di notificare alcune contestazioni disciplinari ai due giornalisti che avevano osato criticare la scelta di spodestare Mentana.
«Sconcertante», «inconcepibile», «grave caduta delle buone pratiche», le espressioni impiegate dalla FNSI per dipingere il diktat aziendale. Le stesse che altri avrebbero voluto utilizzare per commetare il riconoscimento conferito a Marco Travaglio. Poi qualcuno ha fatto notare loro che di incidenti diplomatici il Premier ce ne ha già fatto dono in abbondanza. Meglio, quindi, cercare una via alternativa per placare gli animi. Si potrebbe emulare i colleghi tedeschi, magari con un trofeo da dedicare ad Emilio Fede. I meriti, c'è tempo per inventarseli.

Adrian was there

lunedì 9 febbraio 2009

Addìo, Eluana

Da poche ore è morta Eluana Englaro, ragazza ridotta in stato vegetativo da 17 anni.
La sua storia mi ha insegnato le perversioni che spesso nasconde la natura umana.

Solidarietà a Beppino Englaro, e al suo dramma di padre, del quale nessuno potrà mai immaginare l'entità. Solidarietà al rispetto che gli è mancato dall'Istituzione in cui crede e da coloro che con presunzione hanno ritenuto lecito sostituirsi al suo dolore. Solidarietà alla libertà di scelta, quella di una ragazza che ha visto compiere le sue volontà dopo 17 anni di attesa. Solidarietà a quanti vivranno la medesima esperienza, tuttavia privati della libertà di scegliere se andarsene o restare, perchè a breve negata. Solidarietà alla natura, che si è presa una vita sottrattale dall'uomo per ben 17 anni. Solidarietà al Popolo Italiano, che ha visto uno dei suoi più importanti valori stuprato da un Imprenditore in età pensionabile e in potenza di subire il fascino della demenza senile. Solidarietà alla Costituzione Italiana, che a differenza dell'Imprenditore ha ancora tanto da insegnarci. Solidarietà al pubblico televisivo, che sarà costretto a reti unificate a subire l'incontenibile disprezzo di Bruno Vespa e dei suoi simili per i presunti "assassini". Solidarietà alla riforma del processo penale, prodotta a beneficio dell'Imprenditore e passata sotto silenzio nella tempesta Englaro. Solidarietà ai cittadini italiani, che a mezzo stampa saranno spinti a dividersi ulteriormente, fra coloro che santificano l'Imprenditore e i suoi seguaci, e coloro che ne sono nauseati, amplificando la disputa nei termini degli Unti del Signore contro gli Assassini. Solidarietà a quanti, nel mezzo, attendono che la ragione dell'uomo si risvegli. Solidarietà a me stesso, che con pazienza attendo.
Addìo Eluana. Ovunque tu sia, spero tu non senta le urla di chi si spartirà la tua memoria.

Adrian was there

venerdì 6 febbraio 2009

L'inutile rimorso dei complici

Michele Serra, sulle pagine di Repubblica, riporta un commento d'altri tempi. Affranto, sconfortato, incredulità mista a sdegno. Piena condivisione.



L'amaca
di Michele Serra - Repubblica del 6 febbraio 2009
Chissà se ci sono "difensori della vita" anche tra i parlamentari di maggioranza che hanno votato in favore dell'obbligo, per medici e infermieri degli ospedali, di denunciare i clandestini. Una legge schifosa e fascista (scusate, non riesco a trovare le sfumature) che trasforma un luogo di soccorso e di cura in luogo di discriminazione. Dove si entra ammalati o feriti, e si esce denunciati. Chissà se hanno pensato, i cattoliconi della maggioranza, alle ragazze clandestine incinte, in regola con la biologia ma non con la burocrazia, che preferiranno partorire in casa, o in qualunque riparo occasionale, pur di non rischiare la denuncia.
Non ce l'ho con i leghisti, loro fanno il loro mestiere, che è quello del repulisti, della mano pesante, della paura al potere. Ce l'ho con i sedicenti moderati e liberali che li affiancano, che votano oscenità come questa turandosi il naso, al solo scopo di tenere in piedi una maggioranza che senza la Lega sarebbe debole e incerta tanto quanto l'opposizione. Se mai un giorno, a questi signori perbene, verrà voglia di dire che hanno sbagliato a votare leggi come queste, per favore non lo facciano. Ci risparmino lo spettacolo irritante del loro inutile rimorso.

giovedì 5 febbraio 2009

DDL "Sicurezza": uno schianto al cuore

Oggi è passato in Senato il DDL sulla Sicurezza.
Ho esaurito i termini per definire ciò che stiamo diventando.
Ronde padane non armate di cittadini. Medici chiamati a denunciare i malati clandestini. Senzatetto registrati, permesso di soggiorno a punti, con tanto di tassa. Una tassa sulla vita per chi ha il permesso, e la scelta di rischiarla per paura di essere denunciato per chi il permesso non ce l'ha.
Io ho paura di guardare dove stiamo andando. Non voglio guardare. Sentirei il rumore di passi in anfibi, schioccare di fruste, battiti di manganello.
In questo momento sto provando un senso di vergogna mai, mai così profondo. Vergogna, perchè il mondo da oggi avrà una ragione in più per evitarci, per guardarci con disprezzo.
"Sono italiano" è un'espressione che oggi mi suggerisce tristezza. Non credevo che un giorno sarei arrivato a pensarlo.
Nel mio Paese non esiste la libertà di scelta. Nemmeno quella di vivere o morire.
La Chiesa sostiene che Dio abbia questo potere, ma credo che oggi il Parlamento riuscirebbe a strapparglielo con un emendamento.
Nel mio Paese i magistrati vengono considerati alla stregua di virus da debellare. E i giornalisti vengono licenziati perchè fanno il loro lavoro, informare.
Non ho più dita per contare le tonnellate di sterco che ci stanno gettando addosso. Non ho più sensibilità per odorare il puzzo, il lezzo, il fetore di scelte che mai dovrebbero appartenerci.
Oggi, come ieri, è triste, domani lo sarà ancora di più.
Questo è il Paese che non voglio. Ma questo è il Paese in cui vivo, e per il quale è mio dovere lottare fino allo stremo per difendere il mio futuro e quello delle generazioni che verranno, prima di cedere le armi.

Adrian was there



Da Emergency.it
Gino Strada: "L'emendamento anti immigrati: una norma stolta prima ancora che perversa"
A oggi, in Italia, una legge vieta al personale sanitario di denunciare gli immigrati conosciuti per ragioni di cura, anche se la loro presenza in Italia non fosse regolare.

Un emendamento approvato al Senato intende sopprimere questa norma. Si metterebbero così gli individui nella condizione di scegliere fra l'accesso alle cure e il rischio di una denuncia; si spingerebbe parte della popolazione presente in Italia nella clandestinità sanitaria, con grandi rischi per sè e per la collettività. Si vuole affidare ai singoli medici la scelta se garantire lo stesso diritto alla cura a tutti gli individui, nel miglior interesse del paziente e nel rispetto del segreto professionale, oppure se esercitare la facoltà di denunciare i loro pazienti "irregolari". Secondo tutti i medici che ho conosciuto e apprezzato, l'unico modo giusto e civile per fare medicina è garantire a tutti la miglior assistenza possibile, senza distinzione alcuna riguardo a colore della pelle, sesso, convinzioni politiche, religiose o culturali, nazionalità o status giuridico. Questo è il modo in cui Emergency ha lavorato, per quindici anni in tredici diversi paesi, curando tre milioni di persone senza distinzioni. Questo è il modo con cui continuiamo a lavorare, anche in Italia, nel Poliambulatorio per migranti e persone indigenti di Palermo. Anche di fronte all'inciviltà sollecitata da una norma stolta prima ancora che perversa, sono certo che i medici italiani agiranno nel rispetto del giuramento di Ippocrate, nel rispetto della Costituzione e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel rispetto, soprattutto, di chiunque si rivolga a loro avendo bisogno di un medico.
Gino Strada, Milano

mercoledì 24 dicembre 2008

Buon Natale al latte crudo

Questa mattina sono passato dal distributore di latte crudo alla spina di via Veneto. Erano circa le 11:00. Da un'ora e mezza una signora distribuiva gratuitamente il latte. Un omaggio a tutti i consumatori che li avevano sostenuti, in questi giorni di difficoltà. Con le vendite dimezzate, non deve essere stato facile. L'ordinanza ministeriale con la quale si è imposta l'affissione, su ogni distributore, dell'avviso "obbligo di bollitura", ha sortito i suoi effetti.
Vedevo la gente arrivare, anziani, giovani, coppie. "Continuate così, non mollate", dicevano alcuni. "Siamo con voi, la televisione non bisogna più guardarla, è uno schifo". Da tutti, affetto e stima.
La donna del latte prendeva le bottiglie da una grande busta, le riempiva e le dava a chi ne avanzava richiesta. Io ho rifiutato, non me la sono sentita di toglierle un litro di latte. Non dopo quello che hanno dovuto subire.
Sono rimasto una mezz'ora o poco più, giusto il tempo per scambiare due chiacchere con lei.
Che pena. Ho provato una pena immensa. Di quelle che ti stringono lo stomaco e impiegano del tempo per allentare la presa.
La depressione negli occhi di chi si è visto spezzare le gambe senza il tempo di dire "ah" è palese. Lascia il segno.
Domani è Natale, per loro c'è poco da festeggiare.
Una vicenda del genere è allucinante. Schiacciati come mosche.
Eppure, nel suo desolante realismo descrive perfettamente la meccanica perversa di questo Paese. Non appena ci si permette di scalfire il sistema consolidato, instillando piccole dosi di sana concorrenza e valori perduti, scatta l'informazione più becera e servile, che di fatto offre le migliori condizioni affinchè lo Stato (meglio: chi è stato messo lì a rappresentarci, nello Stato) intervenga per ripristinare gli equilibri del potere.
Questo è il mio Paese, oggi.
Fierezza, poca.
Vergogna, tanta.

La video-intervista che ho realizzato con i ragazzi del Meetup di Brescia è stata pubblicata da Beppe sul suo Blog, con tanto di lettera aperta (Latte crudo, informazione bollita). In tempi così oscuri, spero che nel guardarla gli allevatori si siano sentiti un po' più sollevati, sereni.
Dedico i migliori auguri a questa gente.
Spero di poter vivere abbastanza per vederli un giorno riemergere e vincere la loro battaglia.
La nostra battaglia.

Ps
Vi riporto il nuovo comunicato del Consorzio Tutela Latte Crudo, pubblicato pochi giorni fa. Con preghiera di diffondere, il più possibile: Latte crudo - Obbedisco, ma non capisco.

Adrian was there

mercoledì 10 dicembre 2008

Latte alla spina e disinformazione

Dopo gli incentivi alle energie rinnovabili, adesso ci vogliono togliere anche il latte crudo.
Il latte alla spina, quello da rivendita in distributore self service, dove si riempie la stessa bottiglia più e più volte, per intenderci. Lo stesso per il quale, dal 6 all'8 dicembre, Telethon ha fatto partire una corsa di solidarietà in collaborazione con il Consorzio Tutela Latte Crudo e la Regione Lombardia: ogni due litri di latte venduti, il terzo è donato alla ricerca sulle malattie genetiche.
Nonostante questa importante iniziativa, la situazione è abbastanza grave: in una parola, disinformazione. In questi giorni, su reti televisive e testate giornalistiche nazionali, alcuni articoli e servizi stanno procurando forte discredito verso questo alimento, danneggiando gli stessi allevatori e produttori.
Frasi del tipo "Latte alla spina, allarme batteri" o "Latte crudo - E' necessario bollirlo", o ancora "Il Ministero ipotizza uno stop delle vendite", si sprecano.
9 casi di sindrome emolitico uremica indotta da Escherichia Coli O 157, presi a pretesto per diffondere l'idea della diretta implicazione del consumo di latte crudo non pastorizzato, sono stati più che sufficienti a far partire il perverso tam tam mediatico utile a generare clamore, insicurezza e disaffezione: le condizioni ideali affinché vi sia un intervento legislativo all'insegna delle più ingiuste restrizioni.
Con il Meetup "Amici di Beppe Grillo di Brescia" ho raccolto alcune dichiarazioni del Dr. Fausto Cavalli, agronomo zootecnico, coordinatore di Bevilatte Srl, Agenzia di Servizi per l'Agricoltura. La sua esperienza ci dimostra come in realtà questi clamorosi casi siano falsi, poiché nulla è mai stato dimostrato (nel 2008, le analisi disposte dall'Autorità Sanitaria hanno riscontrato la totale assenza dell'Escherichia Coli O 157 in tutti i 1423 campioni analizzati), ed anzi i produttori coinvolti proseguono a vendere regolarmente il loro latte, magari dopo aver denunciato a suo tempo alcuni funzionari ASL che li costringevano a tenere chiusi i distributori.
Ci siamo chiesti il perché di una tale insistente campagna denigratoria, e la risposta non si è fatta attendere.
Il fenomeno del latte crudo alla spina parte proprio dalla nostra città, Brescia, ed è arrivato ad oggi ad estendersi fino a 1000 distributori sul territorio nazionale (405 solo in Lombardia), ciascuno dei quali vende circa 100 litri di latte al giorno, per 365 giorni all'anno. Un litro di latte alla spina costa mediamente 1 euro, ovvero 50 centesimi in meno del latte pastorizzato fresco da supermercato (fonte: http://www.clal.it/). Tirando le somme, si tratta di 18 milioni di euro che in un anno scompaiono dalle tasche delle grandi distribuzioni e multinazionali lattaie, a beneficio di noi cittadini che paghiamo meno e beviamo tutta salute, riscoprendo il rapporto diretto con l'agricoltura. In allegato riporto un testo documentato redatto dallo stesso Dr. Cavalli.
La tempistica quasi svizzera con la quale si sono manifestati i ripetuti allarmi sui casi di affezione da Escherichia Coli O 157, induce a pensare che l'iniziativa che vede protagonisti agricoltori e Telethon abbia forse dato "troppo" risalto al consumo di latte alla spina, una pratica a nostro avviso salutare ed economica. Due concetti, questi, che in un mondo devastato da un consumismo sempre più isterico e frenetico, devono essere messi in condizione di non nuocere.
Per quanto ci riguarda, continueremo ad acquistare il latte crudo alla spina, e a rifornirci presso i distributori in città. Inoltre, in sua difesa firmeremo la petizione al Ministro delle Politiche Agricole Zaia e al sottosegretario Martini, promossa dal Consorzio Tutela Latte Crudo per dire "no" alla chiusura preventiva dei distributori di latte crudo.
Confidiamo di vedere anche le vostre firme accanto alle nostre.
E speriamo Beppe Grillo ci perdonerà, se per questa volta rinunciamo ad adottare la sua formula "le fragole sono mature".
Oggi preferiamo questa: "la mucca è stata munta".
Loro non molleranno mai, noi neppure.

Una piccola rassegna stampa che pare ridare lustro al latte crudo alla spina:
- La Voce di Mantova - "Latte crudo: per il 2009 costerà un euro al litro";
- Il Mattino di Padova - "Il Latte crudo fa male? Sì, alla concorrenza";
- Cooperativa Il Salvagente - "La scheda: latte crudo e latte pastorizzato, cosa cambia";
- Il Giornale di Brescia - "Latte, attacco ingiustificato".

Ps
Mentre scrivo mi giunge la più indecente fra le notizie che era lecito attendersi da questa vergognosa campagna denigratoria.
Latte crudo: Martini firma ordinanza per indicazione "Obbligo di bollitura"
Fonte: ASCA.

Come posso avere fiducia nel mio futuro, in questo Paese?

Adrian was there

giovedì 6 novembre 2008

Yes, we can


Sarà perchè viviamo nell'era della tecnologia, di internet, della rete, che ci fa sentire tutti più vicini, ci consente di condividere speranze, orrori e battaglie, l'uno al fianco dell'altro.
Sarà perchè il dramma che sta attraversando un Paese di oltre duecento milioni di persone - nella guerra insana e scellerata, nella sanità che sceglie di ammazzare i suoi cittadini anzichè salvarli, nei crack finanziari che lasciano sulla strada migliaia di famiglie - lo sentiamo anche un po' nostro.
Sarà perchè espressioni come "ritiro dall'Iraq", "sanità pubblica", "energie rinnovabili" possono fare molto male a chi crede di poter gestire il proprio Paese come un'azienda di famiglia, rivolgendosi esclusivamente ai propri creditori.
Sarà perchè gran parte del mondo ha riposto la propria fiducia e speranza in chi professa l'ora giunta del cambiamento, il momento in cui bisogna fermarsi dal cadere ed iniziare a rialzarsi.
Sarà perchè non si sa dove sia scritto che alla Casa Bianca possono arrivare solo i bianchi.
Oggi un nero ce l'ha fatta.
L'America ha scelto, e senza possibilità di replica. Ma il potere che oggi detiene Barack Obama è in realtà ben più grande dei soli sentimenti dei suoi concittadini. E' la volontà di cambiamento non solo della sua America, ma di altre centinaia di milioni di persone che da fuori hanno sperato, tifato, urlato "svegliatevi!" ad un popolo che sembra dormire un sonno profondo. Come il nostro. Come l'Italia, in cui il motto ricorrente degli ultimi giorni è diventato "Se non ve lo prendete voi, datelo a noi".
Oggi sembra essere un giorno diverso. Oggi ci sembra di essere tutti uguali, nessuno conta più dell'altro, le voci di ognuno hanno la forza di essere ascoltate senza prevaricazioni. E' una strana sensazione, quasi di leggerezza, inebriante. Sembra di vivere in un sogno. A dream.
Ma quel sogno, quel meraviglioso sogno che tanto stava a cuore ad un altro americano di colore che faceva "Re" di cognome, è ancora lontano. Il cammino è appena iniziato, ora staremo a vedere dove porterà.
Non mi aspetto alcuna rivoluzione. Ma almeno provaci, fratello.
Yes, we can.

La sua lunga corsa ci fa spiccare il volo
Repubblica - 04 novembre 2008 - Pg. 4, sezione: Politica estera
"Rosa Parks si sedette (sull'autobus) così che Martin Luther King potesse camminare. E Martin Luther King ha marciato così che Barack Obama potesse correre. Barack Obama adesso corre affinché noi tutti possiamo spiccare il volo. E' questo quello che penso, è questo quello che posso dire quando ormai manca poco al grande giorno. Non vedo l'ora che sia il 5 novembre, domani quando si saprà tutto, per potergli dire: "Ciao, Fratello Presidente!". Non posso dirvi per chi votare, ma posso dirvi: votate."
Jay-Z, rapper americano

Date un'occhiata a:
- il suo programma elettorale;
- il video musicale "Yes, we can" (anche con sottotitoli in italiano);
- Wassup 2008.

Enjoy.

Adrian was there

giovedì 9 ottobre 2008

Ritorno al Vajont


Dopo lungo, lungo tempo, torno finalmente a scrivere.

Sabato 4 ottobre sono tornato a Longarone. I compagni di viaggio erano radicalmente cambiati. Questa volta ho avuto il piacere di condividere l'esperienza con Giampietro, altro fiero componente del Meetup di Brescia, alla prima esperienza con il Vajont.
Per me è stata la seconda visita, a distanza di quasi un anno dalla prima. E le emozioni si sono moltiplicate a dismisura.

Ogni anno, nel fine settimana che precede l’anniversario della strage, alcuni superstiti e parenti delle vittime organizzano una veglia nei pressi della diga, per celebrare il ricordo dei cari estinti.
Quest’anno, nel quale ricorre il 45° anniversario della strage, ho avuto l’onore di partecipare. Lo considero un onore, sì. Perché trascorrere anche pochi istanti, in silenzio, al fianco di anime di tale straordinaria umanità, sensibilità e rispetto, è per me un tesoro di inestimabile valore. Ogni sguardo è una lezione di vita, ogni gesto un cenno da emulare e condividere, ogni parola è saggezza da conservare.

Eravamo in oltre quaranta persone, lassù. Bambini, madri, padri, ragazzi, nonni, coppie. Tra queste anime Lucia Vastano, giornalista dal carattere forte e tenace, autrice del libro inchiesta "Vajont, l’onda lunga", e Mario Pozzobon, superstite che ci fece da guida la volta precedente e che nella strage ha perduto il senso di un’esistenza. Un’intera famiglia spazzata via. La notizia che lo raggiunge quando è fuori da Longarone, la corsa a casa. Che non c’è più. E nessun sostegno al quale appigliarsi. La solitudine che ti lascia per terra, inerme, incapace di rialzarti. Come lui tanti, tantissimi altri.
Siamo rimasti lì per ore, davanti ad un fuoco scoppiettante, ininterrotto. Giacche a vento, sciarpe, guanti, tutto per resistere ad un freddo che penetrava fin nelle ossa. La diga, la storia, noi. Niente avrebbe potuto allontanarci da quel momento di intensa condivisione.

Abbiamo ascoltato impietriti le agghiaccianti storie e le ingiustizie che i superstiti hanno dovuto subire in tutti questi anni, come se la disgrazia, la perdita dei propri cari, il dolore della solitudine forzata e l'aver perso la speranza di andare avanti non fosse stato abbastanza.
Lo Stato Italiano fece subito sentire la propria immancabile presenza-assenza, soprattutto nel momento in cui si dovevano tirare le somme per i risarcimenti ai superstiti, ponendosi il vero obiettivo: come sbrigare la pratica pagando il meno possibile.
La pioggia di soldi destinata alla ricostruzione. La corsa alle licenze. Aziende arrivate da luoghi lontani, che nulla avevano a che fare con il Vajont, fecero fuoco e fiamme pur di accaparrarsi i terreni per costruire e ricostruire. Il progresso e lo sviluppo facevano il loro tronfio ingresso sulla scena, fra quelle valli, facendosi fregio di un sacrificio che si contava su quasi duemila anime scomparse.
Tutto, di quanto è accaduto da quella tragica notte ad oggi, ci comunica la volontà di uomini senz'anima di sopprimere il ricordo, imponendo l'obbligo di dimenticare, a beneficio di interessi personali, di perversi accomodamenti.

Abbiamo ascoltato le loro parole in silenzio, con profondo rispetto per il loro immenso dolore.
Sono arrivati a raccogliere 30.000 firme, portandole a piedi direttamente a Roma, al Presidente della Repubblica Napolitano, perchè i responsabili della strage, tra cui lo Stato Italiano e l'ENEL, riservassero loro finalmente le scuse di una vita, pace dei ricordi, mai arrivate in 45 anni. Una raccolta che chiedeva a gran voce l'istituzione di una giornata per la memoria, per commemorare tutti i disastri ambientali causati dall'uomo. Niente da fare. Per questo genere di richieste non c'è spazio nè tempo.

Eravamo tutti lì, a raccontarci attorno al fuoco. Tutti accomunati da un unico sentimento: la speranza di non dover mai vivere un'esperienza del genere. Ma con la voglia di condividere, raccontare e rinverdire un passato che tanto, tanto ancora ha da insegnarci. Esattamente come l'oggi in cui viviamo.

La domenica seguente, centinaia di palloncini colorati sono volati in cielo. Ognuno di essi recava con sé un messaggio, scritto da un bambino e dedicato ad un altro bambino, uno dei 465 morti l'8 ottobre del 1963. I bambini hanno chiesto che non venga mai più causata una disgrazia come quella del Vajont.

Poi è giunto il momento dei saluti. Ciao, Mario. Ciao Lucia. Ciao Carolina. Non vi lasciamo. Il nostro è un arrivederci. Troppi sono i ricordi che vanno preservati, non possiamo abbandonarvi.
Una signora ci si è avvicinata porgendoci le sue scuse.
"Perché ci chiede scusa, signora?"
"Perché vi abbiamo regalato questo mondo. Perdonateci, ragazzi".
La sera, al ritorno a casa, ho pianto.

Il disastro del Vajont rappresenta tutto ciò contro il quale combattiamo ogni giorno. Dagli interessi alle negligenze, all'opportunismo, alla politica subordinata all'economia.
Quella disgrazia è il simbolo di ciò che non saremmo mai dovuti diventare. Eppure lo stiamo diventando, inesorabilmente, o lo siamo già diventati. Non avremmo mai dovuto farlo, la natura ce lo disse allora, ma oggi nulla è cambiato. Non è un caso che non si voglia ricordare un'evento del genere. Il rischio è quello di delegittimare la merda che vediamo attorno a noi, di renderci conto dell'infimo livello che abbiamo raggiunto. Un pericolo per i soliti ignoti, i "pochi nei posti giusti". E' la prova storica che siamo stati portati intenzionalmente a diventare un Paese privo di memoria. Dopo oltre 40 anni non un cenno di cambiamento, anzi, la voragine è sempre più vicina, ci siamo già dentro.

Siamo noi la frana del Vajont. E continuiamo a cadere, a travolgere tutto ciò che incontriamo sul nostro cammino, senza limiti di decenza.
Eppure questo è il mondo che stiamo costruendo per loro. Per i nostri figli.

Dimenticare. Mai. Abbandonare, nemmeno.
Esserci. Sempre. E ci saremo.

Meetup. Enjoy.



Ps
Ho realizzato un video di questa meravigliosa esperienza. Il primo che abbia mai fatto in vita mia. Ci ho impiegato un giorno, ho perfino scoperto cos'è una "dissolvenza in entrata". Spero che il risultato sia soddisfacente. Per mio padre lo è stato, lo ha definito "emozionante, vero". E, in sincerità, tanto mi basta.

Adrian was there

domenica 27 gennaio 2008

Rifiuti Zero: un futuro possibile

Sono quasi due anni che contribuisco alla costruzione del percorso Meetup. Il termine è voluto, ritengo renda perfettamente l'idea di un percorso formativo ed esistenziale, che mi porterà (e con me tutti i miei compagni d'avventura) a compiere alcune tra le scelte più importanti della mia vita. La prima, quella di non nascondere la testa sotto la sabbia, l'ho già oltrepassata. Adesso bisogna proseguire il cammino.
Da due anni a questa parte ho sempre cercato di dare il meglio, nella buona e nella cattiva sorte, nelle frenesìe, nelle incomprensioni e nei confronti diretti, ai quali non ho mai osato sottrarmi.
Ci sarebbe da chiedersi cosa spinge un individuo ad esserci e a crederci così intensamente.
Non credo si tratti soltanto della necessità di informarsi, di sapere e conoscere, di scavare a fondo, senza fermarsi alla prima "verità". La cosa più importante, che ho imparato a comprendere con il trascorrere del tempo, è ciò che viene dopo. Sono le persone che questo percorso ti permette di incontrare. Un numero in continua crescita di anime senza età, con la forza di guardare sempre avanti e dalle idee in grado di cambiare il mondo in un istante. Persone che ti danno la sicurezza di non essere solo. Paul Connett è una di queste.

Docente di Chimica Ambientale presso la St. Lawrence University di New York, è ad oggi uno dei più importanti esperti in materia di gestione dei rifiuti a livello mondiale, nonchè massimo teorico della strategia Rifiuti Zero. Spesso in Italia, Paese che ama visceralmente, compie viaggi nella penisola invitato in ogni parte della nazione per diffondere questa nuova coinvolgente filosofia. Ieri, nella sua tappa bresciana, è stato ospite del nostro Meetup. Una circostanza che mi rende straordinariamente fiero ed orgoglioso. Un'organizzazione impeccabile, dalla visita pomeridiana all'inceneritore fino alla conferenza serale e alla conclusione in vineria. Il 2008 mi regala un primo ricordo da conservare.

Paul Connett è una di quelle persone che quando hai modo di conoscerle ti rimangono dentro. E' come se una parte di loro entrasse dentro di te, per mantenere forte il legame che si è creato in così breve tempo, in attesa di assaporare il piacere di incontrarsi ancora, momento che in cuor tuo speri arrivi il prima possibile, perchè hai scoperto di avere un dannato bisogno di quei sorrisi, di quelle risate in compagnia, di quei contenuti e concetti così alti, espressi con semplicità e chiarezza sconvolgenti. Una forza che ti investe come un fiume in piena, ti contagia con la sua schiettezza, quasi infantile, e la voglia estrema di coltivare rapporti umani fino a quando il tempo lo consentirà.
Ti regalano qualcosa, queste persone, qualcosa di importante. Una virtù insperata, il coraggio di compiere scelte che prima non avresti immaginato di avere.

Doctor Paul ha tenuto ieri sera una lezione di vita, non una semplice conferenza. L'argomento affrontato, "Rifiuti Zero", va così interpretato. E' voglia di vivere, e di tornare a vivere in un mondo che sembra non appartenerci.
Una sala stracolma (tra le 250 e le 300 persone) è rimasta per oltre un'ora e mezza ad ascoltarlo parlare. In piedi o seduti, coinvolti dal quell'istrionico personaggio, abbiamo assistito alla meravigliosa esecuzione di una sinfonia dedicata alla nostra memoria e al nostro futuro.
Rifiuti Zero è la soluzione, l'unica in grado di ricondurre dignità e benessere.
Cittadini, aziende ed amministratori pubblici: tre responsabilità che devono camminare fianco a fianco, insieme, per risolvere a monte il problema dello smaltimento dei rifiuti. Riduzione, la parola d'ordine.
Raccolte differenziate porta a porta con tariffe puntuali, riciclaggio e compostaggio; uso, riuso, scambio e regalo degli oggetti; prodotti senza imballaggio, "alla spina" e biodegradabili, o ideati in modo da poter essere recuperati in ogni minima parte; non demolizioni, ma decostruzioni; incentivi e coinvolgimento delle responsabilità chiamate ad intervenire.
Il mondo in cui viviamo ci chiede di tornare a vivere, non di farsi incenerire.
Questa è Rifiuti Zero.

Grazie al Prof. Connet. Grazie per il solo fatto di esistere, grazie se oggi sappiamo che ciò che sosteniamo non sono sogni, ma fatti concreti, reali, per i quali credere non è solo un'eventualità, ma un dovere.
Con quel gusto rabbioso e un po' nevrotico di urlare al cielo nella nostra stanza: "cazzo, ci sono anche io in questo mondo. E posso fare qualcosa".
Grazie a Giulia, fiera componente del Gruppo Ambiente/Immondezzai.
Grazie a Chicco, interprete piacevole da ascoltare, la cui saltuaria presenza mi ha concesso di rispolverare un inglese mai sopito. E grazie agli altri meravigliosi ragazzi del Meetup che hanno contribuito a rendere possibile questo fantastico evento, anche solo con la loro presenza.
Grazie a tutti coloro che c'erano, e che ci saranno in futuro. Perchè questo è ciò che conta. Esserci.

Esserci tutti, sempre coinvolti, magari anche un po' estasiati, senza vergogna di dirlo. Come il sottoscritto, due minuti dopo il primo contatto con Paul Connet, avvenuto poco prima di accompagnarlo, con una squadra di indomiti grilli bresciani, nel ventre di un inferno in grado di fagocitare quasi un milione di tonnellate di materia all'anno, dicendole addìo per sempre. Per molti un modello da seguire. Per Paul Connet - e per me - un episodio da dimenticare, magari cantando una canzone, in maniera spensierata, così come si scaccia il peggiore degli incubi.

Adrian was there

martedì 1 gennaio 2008

Primo gennaio

Il primo gennaio è sempre il primo gennaio. Anche perchè è difficile che riesca ad essere contemporaneamente un altro giorno. Sarebbe stupefacente.
Con il primo gennaio la depressione che puntualmente mi coglie a Natale scivola via come neve al sole. Se ne va, lasciandomi libero. Per un giorno. E forse anche per altri, non mi è dato saperlo.
Quello che so è che in questo giorno mi sento bene. Sempre. Mai trascorso un primo gennaio nella tristezza. Respiro senza affanni, mando affanculo senza pensieri, me ne fotto del mondo e lui se ne fotte di me. Fra noi due, per qualche istante, è tregua.

Il primo gennaio è la più esclusiva fra le prime volte. Più del primo amore, del primo orgasmo, del primo concerto, del primo tocco di palla in una partita di calcio fra amici. Si ripete sempre.
E' come rinascere, risorgere a nuova luce. E' alzare la testa dall'acqua e trarre un profondo respiro dopo un'interminabile periodo di apnea. E' rincorrere un tornado di emozioni che vorresti vivere in ogni momento, nell'anno appena iniziato.
Il primo gennaio non tradisce. Mai. C'è sempre e sempre ci sarà, per tutti. E a tutti verrà data un'occasione - dovesse durare anche un solo istante - per dimenticare, o per conservare i ricordi più intensi. E da lì ricominciare, costruire, sognare, fra nuove speranze e caparbie illusioni.

In questo primo gennaio riscopro due ricordi, due immagini dell'anno appena trascorso, che porterò con me per lungo tempo e sui quali ho intenzione di costruire qualcosa. Qualcosa di importante.
Il primo ricordo è la luce del sole. Quella che sabato 8 settembre rasentava le migliaia di teste dei cittadini bresciani accorsi in piazza per partecipare al V-Day promosso da Beppe. Quel giorno ho visto esplodere tutta la mia esasperazione, rabbia, solidarietà, fiducia, tenacia, voglia di cambiare le cose. Un fiume in piena, devastante, mi ha colto senza darmi il tempo di reagire. Un urlo a squarciagola diretto al cielo, senza fermate intermedie. Quel giorno ho urlato al mondo che esistevo anch'io. E che posso fare qualcosa. E' un'immagine che conserverò per ciò che mi attende, per quello che la vità mi riserverà. Per il mio futuro. Per come voglio che sia. Oggi mi sento più forte, e voglio che il mio futuro lo sappia.
La seconda istantenea è la diga del Vajont, di notte. Sono circa le dieci di sera, in quel lontano 9 ottobre 1963, quando l'acqua tracima dal bacino della valle per schiantarsi su Longarone, portandosi via migliaia di esseri umani. Con gli altri compagni del viaggio che ho compiuto a fine ottobre ho cercato di immaginare il fragore dell'onda contro la montagna, e il tonfo della terra, e degli alberi, e delle rocce che cadevano. E il vento, le gocce finissime, che anticipavano l'immane massa d'acqua che di lì a poco avrebbe compiuto l'ecatombe. Un massacro stupido, inutile, in nome del profitto, dell'interesse, di ghigni perversi, senza vita. Di troie dell'anima. Ma è un passato che non vuol morire, ed è vivo ancora oggi, lo sento più che mai. Le disgrazie di un tempo così vicino non ci hanno insegnato nulla. la frana del Vajont siamo noi, tutt'oggi, e continuiamo a cadere. Ho deciso di imprimere questa esperienza dentro di me. Per non dimenticare.

E' il primo gennaio. E nel cuore ho sempre lei, uno dei pochi ricordi che non se ne andrà mai, finchè avrò vita. Quel bacio che le diedi in un'aria di pioggia in arrivo, in piena notte, alla fine di un'estate trascorsa a rincorrerla. Chissà se avrò mai il coraggio di raggiungerla di nuovo.
Chissà cosa mi riserverà il nuovo anno.
Oggi è il primo gennaio.

Adrian is there.

martedì 20 novembre 2007

A futura memoria. La libertà che abbiamo, ce la siamo presa

Una settimana fa avevo il piacere di conoscere Sabina Guzzanti. Con macchina e capelli tirati a lucido per l'occasione, ero andato a prenderla a Milano assieme a Paolo, per scortarla poi a Brescia, affinchè partecipasse ad un evento organizzato dal nostro Gruppo MeetUp. Con lei c'era anche Romina, sua collaboratrice, addetta all'ufficio stampa dell'Ambra Jovinelli di Roma. Queste persone, assieme a Giulia, altra meravigliosa perla del MeetUp, mi hanno consentito di realizzare un piccolo sogno. Quello di vedere negli occhi lucidi di mia madre e mio padre la consapevolezza che la passione del proprio figlio per questa attività non è mal riposta, ma va coltivata, e con essa l'incitamento ad andare avanti, a non mollare, a tenere duro. Come forse poche volte nelle mia vita, quel giorno mi sono sentito fiero di me stesso.
Vi voglio bene, senza di voi non sarei niente.

Che esperienza stupenda.
Dopo il Vajont, un altro ricordo che porterò nel mio cuore per lungo tempo.
Ho visto la gente in piedi, o seduta per terra, ad empire un cinema vecchio stile, con platea e tanto di balconata, che con tutta quella gente sembrava ancora più grande, immenso. Un altro Nuovo Cinema Paradiso.
Saranno stati cinquecento posti, a stento. Un limite travolto dalle centinaia di persone accorse a vederla. Centinaia di persone che nel mio piccolo ho contribuito a portare lì, perchè avessero modo di ascoltare dal vivo la voce di un'artista che ogni giorno di più scopro essere eccezionale, forte e tenace.

Seppur in fretta e furia, fra dubbi e incertezze, abbiamo realizzato un'impresa.
La proiezione del film "Le ragioni dell'aragosta", l'ultimo di Sabina, il secondo dopo "Viva Zapatero!" e il dibattito a seguire, con lei presente in sala, sono stati un successo. Una sala gremita, entusiasta, con occhi solo per lei. Tutti ad ascoltarla raccontare aneddoti tratti dalla sua sconvolgente vicenda professionale, la soppressione di Raiot, uno dei molteplici casi di limitazione della libertà d'espressione che abbiamo avuto modo di scorgere negli ultimi anni. E poi il ricordo sentito di Enzo Biagi, di ciò che si perde e ciò che rimane dopo la sua scomparsa, della rabbia e della necessità di non lasciarsi andare, poichè i valori da difendere sono troppo importanti per gettare la spugna senza combattere. Infine l'elogio a tutti i Gruppi MeetUp, portavoci di una necessità - quella di muoversi in prima persona affinchè i propri diritti, la salute e il benessere divengano nuovamente le priorità indiscusse - mai percepita così intensamente.
E pensare che il film non sono riuscito nemmeno a vederlo. Nulla da lamentare, figuriamoci. Ho avuto l'onore di cenare con lei durante la proiezione. Un onore che tuttavia avrei preferito condividere con molti altri dei miei compagni, come Giulia, ma purtroppo non è stato possibile. Ci sarà il tempo di viverlo di nuovo, senza rimpianti.

Paolo ha pubblicato due estratti della serata. Li riporto di seguito.
- L'amor di patria;
- L'imitazione di Silvio Berlusconi.

Ho guardato la pellicola venerdì. E sarei già pronto a rivederla ancora, e ancora.
Inebriante, coinvolgente. E' un cuore che batte. E' una danza che aumenta di ritmo con il trascorrere dei minuti. E' di un'umanità meravigliosa.
La storia è quella di un gruppo di comici - quelli del programma cult Avanzi - che si ritrovano in un paesello sardo, Su Pallosu, per realizzare uno spettacolo che richiami all'attenzione il progressivo svilimento della pesca delle aragoste. E' in realtà una scusa, per tenderci la mano e camminare dentro noi stessi, in un'avventura che porta in grembo un respiro profondo, una folata di aria fresca, un urlo liberatorio che assieme a quello di altri si trasforma in canto, divenendo un inno all'importanza dei rapporti fra le persone, dei ricordi, della memoria, dei sentimenti, della volontà di andare avanti nonostante le avversità, della tenacia, della voglia di ricominciare. Insieme.

Ringrazio Sabina. Per le emozioni che ci ha fatto vivere e per quelle che arriveranno in futuro, per la rinnovata speranza che ci ha infuso. Ringrazio di cuore Paolo e Giulia, persone dal cuore limpido e splendido, che forse mai mi sarà possibile raggiungere. Senza di loro quest'avventura non avrebbe potuto avere luogo.

A futura memoria. La libertà che abbiamo ce la siamo presa (Da "Viva Zapatero!", di Sabina Guzzanti).

Adrian was there

domenica 11 novembre 2007

Enzo c'era


La mattina del 6 novembre, martedì, si è spento Enzo Biagi.
Era ricoverato in clinica da diversi giorni.
Quando sono venuto a saperlo ero in un bar, stavo bevendo un cappuccino. La notizia mi ha raggiunto per mezzo di un cronista radiofonico.
E' strano come ci si ricordi quasi sempre ciò che si stava facendo nel momento in cui si apprendeva un dramma. E' come se il tempo si fermasse, per rendere il ricordo ancora più indelebile nella tua memoria.

Per un attimo mi è mancato il respiro, mi sono sentito pesante, quasi affaticato. Lo sconforto è quello che mi ha colpito con maggiore efficacia, da subito.
Ero consapevole di aver perso qualcosa di importante.
Ho impiegato un po', prima di capire cosa fosse.
Non era solo l'uomo o il giornalista, che se n'era andato. C'era dell'altro.

Scrivere è una delle mie passioni più grandi.
Provo a raccontare le mie emozioni come fossero immagini da percepire, visivamente, e da conservare. Quello che cerco, in ciò che esprimo, è la speranza che altri possano condividere e trarre forza dalle mie parole. Sentirle proprie. Come quando ci si ritrova a pensare intensamente ad una parola od espressione in particolare, per sentirla dire da qualcuno che ti è accanto in quel preciso momento e sentirsi felici per l'aiuto quasi inaspettato, liberati di un peso.
Le mie parole sono strumenti che altri possono impiegare. E quando ciò avviene, non sono più soltanto io, divento loro stessi. Piango e rido con loro. Sono felice e mi indigno assieme a loro.

Non mi piace scrivere per me stesso. Lo reputo tempo perso. Ciò che scrivo lo rileggo una volta, anzi nemmeno.
Il pensiero che altri possano leggere di me mi fa stare bene, è come se stessi sempre parlando con qualcuno, senza mai rimanere solo. E' un modo per far fronte alla solitudine.
Forse avrei potuto fare il giornalista, forse no, non so.
Forse sono ancora in tempo per diventarlo.
Forse lo sono già.

Enzo Biagi è stato per me il giornalismo, ed anzi qualcosa che andava oltre.
Ne era l'essenza pura e assoluta.
Come aprire un dizionario, correre alla voce e trovare il suo nome a significarla.
Il momento in cui l'emozione personale diventa esperienza d'altri.
Il piacere dello scrivere le proprie sensazioni, certezze e titubanze.
La notizia e i lettori come unici editori.
La rincorsa dell'esperienza dal vivo, senza mai fermarsi. Perchè una notizia, prima di scriverla, riportarla o commentarla, va vissuta e si deve fare tutto quanto è in nostro potere pur di viverla.
E' lì, ferma, ci attende, non è una tesi da dimostrare, ma sostanza da raccogliere.
Bisogna renderla propria, comprenderla a fondo, per poi riproporla all'esterno.

Mi piace credere che Biagi vivesse le sue verità. Che le scoprisse ogni giorno, avvalorandole, rendendosene parte. Un uomo vero, semplice, sincero e leale, prima verso gli altri e poi nei confronti di sè stesso.
Un uomo costretto a pagare a caro prezzo l'amore per la sua professione e i suoi lettori. A futura memoria la sua esperienza di vita, perchè atti di violenza così efferata sulla libertà di espressione non vengano mai più compiuti.
Con lui se ne va non soltanto il giornalista - forse il migliore di tutti i tempi, assieme a quel mostro sacro che era Indro Montanelli -, bensì un orizzonte di esperienze, valori e speranze che appartengono a tutti noi, poichè innati nel popolo italiano, ancorati alla sua cultura e alla sua storia.

L'amico di sempre, il cardinale Ersilio Tonini, lo ha ricordato in occasione della puntata commemorativa di Annozero con un'intensità tale che mi sarà impossibile raggiungere.
Le sue parole e la sua commozione sono dentro di me.

He was there

giovedì 1 novembre 2007

Una montagna che cade

Ho trascorso l'ultimo fine settimana a Longarone.

Longarone è uno dei paesi che il 9 ottobre 1963 vennero travolti dall'onda che tracimò dalla diga del fiume Vajont. Una delle più gravi catastrofi che investirono il nostro Paese nel secolo passato, figlia degli interessi di uomini senza scrupoli.
Quasi 2000 morti. Ma non sapremo mai quanti realmente siano stati, poichè ancora oggi, a distanza di oltre quarant'anni, gli scavi portano alla luce nuovi cadaveri e disseppelliscono ricordi che si vogliono tenere lontani.
Con me c'erano altre 18 persone, per quella che ad oggi considero l'esperienza più intensa e coinvolgente che mi abbia dato il Gruppo MeetUp. Forse una delle più importanti della mia vita.
E' un privilegio far parte di un gruppo di persone in grado di darti emozioni del genere.

A farci da guida Mario, un sopravvissuto alla strage. All'epoca aveva 23 anni. Lavorava all'estero. La notizia dello sterminio della sua famiglia - padre, madre, fratello e sorella dispersi - lo raggiunse per telefono.
Una persona che ha perso tutto. Ma non la voglia di vivere. E di ricordare, a futura memoria, affinchè orrori di tale gravità non accadano mai più. Perchè l'interesse e la negligenza non siano più causa di simili amenità.

Abbiamo ascoltato le sue parole in rispettoso silenzio. Quanto fosse emozionante trovarsi lì lo si percepiva soprattutto da quei silenzi. Era l'unico modo per sentirci più vicini al suo immane dolore.
Talvolta mi ritrovavo a pensare quanta disperazione doveva aver provato quando il suo treno sbucò nella piana, due giorni dopo il disastro. Chissà quale sofferenza, a vedere quel paesaggio lunare che una volta recava in grembo il paese in cui era vissuto.
La gola che si stringe mentre comprendi di essere rimasto solo al mondo.
Nel mio cuore ho pianto con lui.

Dicono che ho una fervida immaginazione.
Ho provato ad immaginare il rumore di una montagna che cede di schianto e cade in una valle piena di acqua, facendo levare in cielo un'onda che di lì a pochi minuti si porterà via i ricordi, i rimpianti e le speranze di migliaia di vite umane.
Non ci sono riuscito.

I segni della catastrofe ci sono ancora tutti e sono chiari e comprensibili, per cui non è difficile credere che quella sera l'inferno sia sceso sulla terra.
E' impossibile immaginarne le proporzioni, questo sì. Ma a tratti alcuni piccoli particolari sembrano fartela proprio vedere, l'ecatombe.
C'è un'istantanea, nella mia mente, che credo porterò sempre con me. Da sola serve a spiegare la debordante violenza dell'acqua. Nella fotografia che allego sotto non credo venga resa l'idea.
Provo a spiegare.

Quella che si vede è una delle pareti della gola all'esterno della valle del Vajont.
A sinistra, fuori dall'inquadratura, c'è la diga.
A destra il restringimento dà sulla piana di Longarone.
Quando ci è stata raccontata la storia di quella parete di montagna il sangue mi si è gelato nelle vene.
L'erosione, come si può notare, è a forma di onda. Quel pezzo di montagna se l'è portato via l'onda che scavalcò la diga per lanciarsi poi su Longarone. Ha smosso quelle rocce come fossero sassolini.
Non credo ci siano parole in grado di spiegare come mi sono sentito nell'istante in cui ho realizzato di cosa si trattava.
E' il senso di un'immane disperazione che ti colpisce come una scarica elettrica lungo tutto il corpo. E' un po' come sentire il cuore che non batte più nel petto. E quando provi a chiederti perchè ti ritrovi a piangere. Ma sai già che la risposta non arriverà mai.

Ringrazio i miei compagni d'avventura.
Da ognuno di loro ho ricevuto altri tasselli per costruire il mosaico della mia vita.
Giulia, Alessio ed Elena;
Jenny e Daniele;
Francesca e Alberto;
Andrea, Luca e Giacomo;
Gloria e le sue figlie, con coppia di amici al seguito;
Roberta e Fabio.
Grazie a tutti voi, ragazzi.

E grazie di cuore a Mario. La sua disponibilità nei nostri confronti è stata sconfinata, di una squisitezza sublime. A tratti non riusciva a contenere l'emozione.
"La vostra presenza è stata per me la gioia più grande", ci ha detto.
Non credo di essere mai stato così fiero di appartenere a questo Gruppo così come in quel momento.

P.s.
Per quanti di voi leggeranno ciò che ho scritto, vi prego, non dimenticate.

Adrian was there